BIOCARBURANTI SI O.... NO?
La follia dei biocarburanti da colture alimentari e non alimentari. Un’altra minaccia alla biodiversità, inquinamento e fame nel mondo.
Nonostante i depistaggi più o meno camuffati, ormai sappiamo che il costo del pane e della pasta è lievitato (ironia della parola) considerevolmente proprio perchè sul mercato delle granaglie alimentari è entrata prepotentemente la domanda di certa industria di trasformazione per ottenere energia da quelle, o meglio per ricavarne alcuni trasduttori energetici che vanno sotto il nome ingannevole di "biocarburanti".
Il contagio di questa folle convinzione sta arrivando anche in Italia dove le istituzioni pubbliche esitano a fare chiarezza su questo equivoco che, per il solo fatto che la filiera non aggravia il bilancio delle emissioni di gas serra, non vuol dire che la trasformazione di queste risorse alimentari in liquidi energetici, sia la soluzione adatta o performante.
Non basterebbe l'intero territorio planiziale italiano coltivato intensivamente a granoturco, a soddifare anche una parte della domanda di biocarburante per autotrazione.
L'allarme prospettato da illustri studiosi come Perrino, ma anche Giampietro e Ulgiati (1), non è ancora stato raccolto dalla politica che deve fare i programmi di sviluppo agricolo nazionale e regionali, né dalle associazioni degli agricoltori, che sembrano ammaliate da questa prospettiva di reddito, sottovalutando pericolosamente la grande aleatorietà del prezzo sul mercato dei combustibili liquidi che, ovviamente, è dominato dalle fluttuazioni del petrolio fossile.
Il saggio di Perrino, qui accluso, introduce senza remore questo avvertimento e auspica un preciso stop e cambiamento di rotta propio in sintonia con quanto la stessa F.A.O. aveva avuto modo di denunciare poco tempo fa.
(1) Giampietro, M., e Ulgiati, S. 2005 - An integrated assessment of large-scale biofuel production. Critical Review in Plant Sciences, 24: 1-20.