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DOPO CHERNOBYL UN DOSSIER VERDE SUL TRAMONTO DELL' ERA NUCLEARE

by Pino last modified 2009-05-06 23:47 La Repubblica

Questo è il titolo di un famoso articolo del compianto Antonio Cederna preparato in previsione della conferenza energetica nazionale in concomitanza della presentazione a Roma (22 ottobbre 1986) di un rapporto sulla questione energetica curato da "Italia Nostra". In questi giorni i nuclearisti tornano alla carica su tutti i giornali senza rendersi conto che le obiezioni e la situazione critica sono le stesse di 20 anni fa. E anche se i giorni delle vacche magre si stanno avvicinando molto più in fretta del previsto la politica e la programmazione nazionale non hanno fatto che timidi passi verso la riconversione energetica del paese verso modelli possibili e sostenibili. L'articolo viene riproposto nelle stesse modalità in cui è stato presentato.

La Repubblica - Giovedì, 23 ottobre 1986 - pagina 16reprints_logo


Antonio Cederna



"FINE dell'era nucleare", questo il titolo del dossier presentato ieri alla stampa da Italia Nostra: un rapporto esauriente di 150 pagine sulla questione energetica, prima e dopo Chernobyl, per comunicare al grande pubblico l'opinione degli scienziati antinucleari, così spesso emarginati dai giornali (e quanto racconta Mario Fazio, nuovo presidente dell'associazione, è eloquente in proposito). "Quando i filonucleari ci accusano di volere il "ritorno alla candela" - ha detto il giornalista Mario Pirani - rivelano un'ancestrale paura del buio, questa sì da uomini delle caverne". Diapositive impressionanti, che andrebbero proiettate nell'aula del Parlamento, sono state illustrate dall'oncologo Giuliano Quintarelli che ha mostrato gli effetti devastanti delle radiazione sul Dna, con conseguenti mutazioni genetiche. Gianni Mattioli e Massimo Scalia, oltre ad avere deplorato che nessuna associazione ambientalista sia stata finora interpellata in vista delle prossima conferenza nazionale sull'energia, hanno mostrato l'assurdità economica del ricorso al nucleare: cinquantunmila sono i miliardi previsti dal piano energetico nazionale, e di essi solo 2350 per il risparmio e le fonti alternative. Un spreco enorme se si pensa che il risultato sarà di portare i consumi elettrici dall'uno al due per cento dei consumi energetici globali. Da almeno dieci anni Italia Nostra sostiene che l'energia nucleare non è "né economista, né pulita né sicura": la nuova società non può essere che "neotecnica", scrive Giorgio Nebbia, in grado cioè di risolvere i problemi umani con minore sprechi, inquinamenti e irrazionalità; e del resto il nucleare è in crisi in tutto il mondo (la Svezia chiuderà le sue 12 centrali entro il 2010). La via maestra, scrive Enzo Tiezzi, è il risparmio, che può essere dell'ordine di 20-30 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio all'anno, con un impatto sull'occupazione di 200-300.000 posti di lavoro. Ma non ci sarà mai una razionale politica energetica se non impareremo a riflettere per quali scopi produrre energia, per evitare gli attuali sprechi e impieghi disastrosi per la salute dell'uomo e dell'ambiente. Le domande cui bisognerebbe rispondere sono le seguenti. Quanta energia è stata buttata per costruire, riscaldamenti, illuminare i cento milioni di stanze esistenti (e gli italiani sono appena 56 milioni), per alimentare lo spreco territoriale, per cui abbiamo distrutto sotto asfalto e cemento un decimo dell'Italia agricola e paesistica, tre milioni di ettari in un quarto di secolo. Quanta energia abbiamo buttato per mantenere il nostro primato alla rovescia, quello di essere i maggiori produttori-consumatori di cemento, per alimentare l'edilizia abusiva e mafiosa, per costruire opere inutili e cementificare i corsi d'acqua. Quanta ne consumeremo per costruire nefandi progetti autostradali, come la camionabile Firenze-Bologna, riservata al trasporto merci su gomma che consuma quattro volte più energia del trasporto su rotaia. Quanta ne consumiamo ogni giorno per paralizzare a città col mezzo di trasporto privato, q quanta ne potremmo risparmiare con un serio piano di trasporti pubblici. E via dicendo. Per decenni si è creduto nel mito della crescita illimitata, si è creduto che l'aumento, quale che fosse, della produzione industriale fosse sinonimo di sviluppo: e invece abbiamo riversato sulla collettività gli enormi costi sociali della degradazione, dell'inquinamento, dei rifiuti, del dissesto idrogeologico, dello stato di coma in cui versano le città, della disoccupazione, dell'irreversibile consumo del territorio. Ma tutto questo non interessa ai filonucleari.


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